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Cenni Critici su Marco Catellani

La pittura di Marco Catellani

Davanti ai quadri di Catellani come non pensare all’universo del macchinico? La macchina è sempre sinonimo di un fuoco costitutivo di Territori esistenziali che fanno pensare a universi di referenza o di valore incorporei. Eppure nella  pittura di Catellani  le figure sono là a testimoniare del corpo, come se esso facesse resistenza, pur nel suo quasi sgretolarsi nell’artificio. Sarebbe comunque erroneo pensare alla sua pittura  solo come a un’esperienza  del macchinico così come si era andata profilando nell’arte dell’inizio del  ventesimo  secolo fino alle ultime tendenze graffitiste degli anni ottanta. Qui, al contrario di quella dimensione dei flussi psicologici così cara al surrealismo  che smonta la rappresentazione figurale,   quel    che si mostra è una specie di autopoiesi macchinica.  Questa pittura   non vuole fare a meno della tradizione e cioè di  qualcosa che ha a che fare con il simbolico; così come la ripetitività  delle figure non si riduce mai a  indizio,  ad artefatto   ma diventa segno di una razionalità complessa che quasi riordina le cose, i soggetti,  i corpi  e le loro fattezze. Non si tratta di una stilizzazione ma di una riorganizzazione di un tessuto infracorporeo, di un quantum di esistenza che sta fra il corpo umano e le macchine e che trasforma le figure a volte  in segni, a volte in protoplasmi vaganti, in posa, seduti, di profilo, di diritto e di rovescio.

Nelle figure di Catellani non possiamo più ritrovare le forme della rappresentazione tradizionale,   ma il segno del loro transitare per altro, il loro svanire per ricomporsi in una specie di geometrismo riparatore.     In sostanza ciò che si afferma  come un per-sé non umano sviluppa un per-l’altro sotto una duplice  modalità: da una parte quella  di un’alterità ecosistemica e dall’altra di un’alterità filogenetica in un rapporto di filiazione con  il passato. Anche le pose che Catellani fa assumere ai suoi personaggi, la loro ripetitività  sembra restituire una  passività monumentale, una sorta di staticità composita che le riscatta dal loro esistere semplicemente là sulla tela. Ciò che si manifesta sembra un gioco di costruzione, una specie di meccano, fatto in origine da barrette metalliche perforate, viti, dadi e bulloni,  per costituire non più modellini ma  parvenze di esistenze che appaiono sulla tela come universi compositi.

In questa dimensione di trascendente ottimismo verso l’umano non possiamo trascurare di riferirci a un artista come Léger, pittore dello sviluppo urbano  e dell’esistenza umana nella società industriale, ma anche a un pensatore  e fotografo  come Junger, scrittore del non umano, della modernità dominata dalla macchina e dalla guerra. E’ infatti nel meccanismo della produzione seriale macchinica che la modernità si manifesta in tutto il suo fulgore.

Un altro aspetto colpisce nella simbolica di Catellani ed è il suo ottimismo: si direbbe l’ottimismo della macchina, ma non è così. Julien Offrry De Lamettrie  nel suo celebre libro: l’uomo e la macchina scrive: “Mi si conceda soltanto che  la materia organizzata è dotata di un principio motore, il quale solo differenzia dalla materia non organizzata (si può negare qualcosa all’osservazione di più incontestabile?)  e che negli animali tutto dipende dalla diversità di questa organizzazione; tutto ciò è sufficiente  a sciogliere l’enigma delle sostanze e dell’uomo”. Non si tratta dunque di un ottimismo verso la macchina ma di un principio che riguarda l’organizzazione della società e dei suoi paradigmi e che in qualche modo nasconde il vuoto, il nulla verso cui l’uomo è destinato.  Questa macchina che è anche generatrice di significati,  non interrompe il flusso dei movimenti che è nel cuore,  cosi come l’ostruzione di qualche vaso non basta a distruggerne il corso. Il corpo umano, sembra indicarci la pittura di Catellani,  è come un  orologio. Le lancette dell’orologio continuano ad andare anche quando quelle che segnano  i secondi  si fermano  perché guaste ed arrugginite,  le altre,  quelle dei minuti continuano a girare a scandire il tempo biologico della nostra vita.

Infine dobbiamo concludere che questi  quadri  sembrano rappresentare  degli schemi che contengono  dei messaggi in cifra della storia umana  lanciati verso l’ignoto. Essi sono come dei monoliti tecnologici   da decifrare che viaggiano nello spazio siderale dell’universo per essere intercettati  da una civiltà aliena o da qualche passante cosmologico  che niente sa del nostro mondo.     

 (Vittorio Sgarbi)

Le opere di Marco Catellani sono maschere.

Le maschere pirandelliane che ogni giorno l'uomo si impone, maschere suggerite a loro volta dal contesto sociale in cui veniamo inseriti, volute sì da noi stessi ma create in realtà da chi ci sta intorno. Questa personalità è in realtà un'illusione e scaturisce dal sentimento soggettivo che si ha del mondo: sembra che i personaggi di Catellani ne siano loro malgrado consapevoli, sono attori muti che però ci raccontano una storia, l'immutabilità della loro forma è comunque inserita in un preciso contesto, esiste, è una condizione comune e va raccontata.

I personaggi vengono realizzati sempre nello stesso modo, decisamente caratteristico e che rende immediatamente riconoscibili le sue opere ed il suo segno. La ripetizione delle figure umane in alcuni lavori potrebbe suggerire una visione della realtà come flusso e movimento continuo: le figure create da Catellani rimangono invece fisse e fissate in una forma, sono sì in divenire continuo e sono parte del fluire della vita, ma tendono a cristallizzarsi e a rimanere in quella realtà che loro stesse si creano.

Tante sono le ispirazioni e le fonti dell'arte di Catellani, dal segno di Keith Haring a Capogrossi fino ad arrivare all'antica arte egizia, canonizzata e regolata da precise norme legate alla sfera religiosa e caratterizzata dalla ripetizione di soggetti dalle forme essenziali ed eleganti, mai prive di significati sacri. Analogamente anche la ripetizione delle figure in Catellani ed il loro spazio bidimensionale sembra avere un aspetto rituale: le schiere pur essendo composte da diverse figure diventano quindi simbolo della mancanza di personalità del singolo.

Questo modus operandi dell'artista, nella sua immutabilità, finisce per funzionare come un segno, diventa un significante che con la sua forma diversa ma immodificabile, esprime il medesimo significato.

(Alice Pezzali)

 Marco Catellani, nasce nel 1951 a Cavriago (RE). Diplomato all’istituto d’Arte “G. Chierici” di Reggio Emilia, dal 2006 si dedica esclusivamente alla ricerca artistica ed è entrato a far parte del nuovo movimento artistico “PopUpRevolution”.

Alla ricerca della sintesi estrema, Catellani schiera nei suoi dipinti un esercito ordinato di figure disposte in modo razionale, complesse composizioni, a metà strada tra astrazione e stilizzazione che creano stranianti effetti optical. I personaggi dallo sguardo deciso, talvolta assente, appaiono fissi, ieratici, al limite tra il fisico e il metafisico. L’artista ci sorprende per la sua tecnica precisa e rigorosa, quasi maniacale, trasportandoci in una dimensione altra, in un universo parallelo (futuristico o arcaico?) di grande forza e potenza visiva.

I richiami e i riferimenti culturali sono chiari e importanti: dalle maschere africane alle scomposizioni meccaniche di Léger, ai moduli grafici ricorrenti di Capogrossi fino alle “nature morte” astratte di Roy Lichtenstein. In particolare, però, l’artista ha sviluppato in maniera personale il segno urbano di Keith Haring, trasformandolo in una doppia linea, un “tubo” attraversato da piccole bacchette che danno forma alle sagome spersonalizzate. Una strana sospensione, una quiete irreale domina i dipinti: gli inquietanti protagonisti sembrano in attesa di qualcosa, forse di risposte.

(Camilla Mineo)